SIRONI MARIO

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Sironi nasce a Sassari il 12 maggio 1885 da Enrico (Milano, 1847 – Roma, 1898) e da Giulia Villa (Firenze, 1860 – Bergamo, 1943) dei quali è il secondo di sei figli.

Nella sua famiglia ci sono architetti, artisti, musicisti. Il nonno materno, Ignazio Villa (Milano, 1813 – Roma, 1895), scultore e scienziato, costruisce a Firenze nel 1850-52 la Casa Rossa, notevole esempio di neogotico italiano. Lo zio paterno Eugenio Sironi (Como 1828–1894), fratellastro di Enrico – e, nella storiografia recente, erroneamente confuso con lui – è l’autore del Palazzo della Provincia di Sassari, 1873-1880. Il padre Enrico si laurea ingegnere nel 1873 e lavora a Sassari e a Roma. La madre Giulia Villa, cui l’artista sarà sempre legatissimo, aveva invece studiato canto, mentre la sorella Cristina era pianista.

La formazione di Sironi avviene a Roma, dove la famiglia si trasferisce un anno dopo la sua nascita. Qui, dopo la prematura morte del padre nel 1898, compie gli studi tecnici. Intanto legge Schopenhauer, Nietzsche, Heine, Leopardi, i romanzieri francesi, studia il pianoforte, suonando soprattutto Wagner, e fin da piccolo si dedica al disegno.

Nel 1902 si iscrive alla facoltà di ingegneria, ma l’anno successivo è colpito da una crisi depressiva, primo sintomo di un disagio esistenziale che lo accompagnerà tutta la vita. Abbandona quindi l’università e, incoraggiato dallo scultore Ximenes e dal pittore Discovolo, si iscrive alla Scuola Libera del Nudo in via Ripetta. In questo periodo incontra Boccioni (che, nonostante qualche momento di incomprensione, è l’amico più caro della sua giovinezza) e Severini, frequenta la cerchia di Prini e lo studio di Balla. Seguendo quest’ultimo si avvicina al divisionismo (La madre che cuce, 1905-1906), che interpreta però senza incrinare la solidità delle forme. Sempre in questo periodo compie i primi viaggi: nel maggio-agosto 1906 si reca a Parigi, dove si trova anche Boccioni; nell’estate 1908 e per vari mesi del 1910-11 è a Erfurt, in Germania, ospite dell’amico scultore Felix Tannenbaum.
A partire dal 1913, ispirato dall’opera di Boccioni, si avvicina al futurismo, che interpreta però alla luce della sua incessante ricerca volumetrica. Nel 1914 partecipa alla “Libera Esposizione Internazionale Futurista” da Sprovieri a Roma e alla declamazione di Piedigrotta di Cangiullo. Nel 1915 si trasferisce per breve tempo a Milano, dove collabora alla rivista “Gli Avvenimenti” ed entra nel nucleo dirigente del futurismo. Allo scoppio della guerra si arruola nel Battaglione Volontari Ciclisti, di cui fanno parte anche Boccioni, Marinetti, Sant’Elia, Funi, Russolo, e in dicembre firma il manifesto futurista L’orgoglio italiano.

Nel 1916 escono i primi interventi critici sul suo lavoro: il primo è di Boccioni, che definisce i suoi disegni una “manifestazione artistica illustrativa eccezionalmente originale e potente”; il secondo è di Margherita Sarfatti, che sottolinea in lui “un’arte di sintesi e di semplificazione estrema”[2]. Riprende intanto a combattere nel Genio Civile, dopo aver seguito i corsi per Ufficiali Fotoelettrici a Torino e a Padova. È in prima linea fino al 1918, quando viene spostato all’Ufficio Propaganda, dove collabora con Bontempelli alla rivistina di trincea “Il Montello”.

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